Casa Editrice Nord - La storia di Will Piper

Editoriali

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La storia di Will Piper

La storia di Will Piper

Glenn Cooper racconta il protagonista della trilogia iniziata con «La Biblioteca dei Morti»

Cooper Glenndi Glenn Cooper



Molto spesso mi è stato chiesto come mi sia venuta l'idea della Biblioteca dei Morti, in che modo questa idea sia diventata il motore di tre romanzi e se, nel tratteggiare Will Piper, il loro protagonista, mi sia ispirato a una persona reale. Ora che I Custodi della Biblioteca - l'ultimo volume della trilogia - sta per essere pubblicato, mi sembra il momento giusto per raccontare ai miei lettori qualcosa di più sulla genesi della storia e del suo eroe. E su come Will Piper mi abbia cambiato la vita.
Tutto è cominciato in un freddo giorno d'inverno del 2006. Come ogni mattina, stavo andando al lavoro presso la mia azienda di biotecnologie a Lexington, nel Massachusetts.
Lexington è una cittadina che risale all'epoca coloniale e che occupa un posto abbastanza rilevante nella storia americana dato che, nel 1775, è stata la meta di Paul Revere, partito a cavallo da Boston - distante una ventina di chilometri - per raggiungere i capi dei ribelli e metterli in guardia contro l'imminente attacco delle forze inglesi. Dopo aver percorso proprio la stessa strada di Paul Revere, ero arrivato nel mio ufficio e mi ero messo a leggere il Wall Street Journal, sorseggiando il terzo o quarto caffè della giornata, come facevo sempre prima di mettermi a girare tra i vari uffici per capire se ci fosse qualche problema e come affrontarlo. Era il mio tratto distintivo: un amministratore delegato che lavora passeggiando. Non riesco proprio a ricordare quale articolo stessi leggendo quella mattina, ma a un certo punto avevo avuto una sorta di visione, di sogno a occhi aperti: un'enorme biblioteca sotterranea. Non sapevo dove fosse, cosa contenesse o perché fosse lì, però l'avevo vista. E poi mi era apparsa un'altra immagine: un uomo con le spalle larghe e coi capelli biondi, un anti-eroe inquieto e infelice. Di nuovo: non avevo la minima idea di chi fosse quell'uomo o cosa c'entrasse con la biblioteca. Buttai comunque giù qualche appunto e continuai a lavorare come al solito.
Non riuscivo a cancellare dalla mente le immagini della biblioteca e dell'anti-eroe, però non si costruisce una storia soltanto con due immagini. E io volevo una grande storia. Avevo fatto carriera sia in ambito medico sia in quello finanziario, eppure ormai da vent'anni aspiravo a diventare uno scrittore: avevo già scritto parecchie sceneggiature, anche se nessuna era mai diventata un film. Scrivere mi piaceva moltissimo, soprattutto perché avevo la sensazione di usare zone del cervello che non venivano sollecitate dai ragionamenti analitici tipici della scienza e della finanza. Scrivere era la mia droga, mi faceva sentire bene. Però era anche il mio cruccio, dato che le mie sceneggiature rimanevano sulla carta. A causa del mio lavoro e della mia famiglia, non mi ero mai trasferito a Hollywood e, in quanto outsider, mi sembrava di avere ben poche speranze di fare il mio ingresso nel mondo del cinema. Ma ero testardo. Inoltre ero convinto che le mie idee fossero originali e che la mia abilità narrativa migliorasse di sceneggiatura in sceneggiatura e di anno in anno. Avevo affrontato i generi più diversi - commedia, dramma, azione - cercando la mia vera voce; in quel periodo, poi, avevo riposto grandi speranze in un thriller intitolato The Adelphi, che parlava di un gruppo di studenti universitari reclutati dalla CIA. Nemmeno quella sceneggiatura aveva avuto fortuna, però mi aveva fatto scoprire che amavo cimentarmi con le sfide e col ritmo di una storia ricca di suspense. Ecco perché avevo deciso di usare l'immagine della biblioteca come spunto per una storia ad alta tensione.
Mi ci era voluto un anno per svilupparla. Avevo avuto quasi subito l'idea che in quella biblioteca fossero custoditi i nomi e le date di nascita e di morte di tutti gli esseri umani, ma la struttura complessiva non aveva preso forma finché non avevo capito che il vero punto di partenza doveva essere un altro: una successione di omicidi a New York, omicidi collegati dal fatto che tutte le vittime avevano ricevuto una cartolina su cui era indicato il giorno della loro morte. Era stato allora che il mio anti-eroe aveva preso vita: Will Piper, un profiler dell'FBI brillante ma problematico e ormai alla fine della carriera: un uomo dal carattere ribelle e impegnato in una lotta contro i propri demoni e contro un serial killer.
Non conoscevo nessuno che somigliasse nemmeno lontanamente a Will Piper e, fino a quel momento, non avevo mai incontrato un agente dell'FBI. Però avevo letto molti libri e scritto diverse sceneggiature, quindi sapevo come doveva essere il mio eroe. Non sopporto i personaggi che sembrano tagliati con l'accetta; mi piacciono quelli a tutto tondo, ricchi di pregi e di difetti: uno dei miei preferiti è l'ispettore Kurt Wallander, il protagonista dei romanzi di Henning Mankell (gli svedesi hanno un talento straordinario per dar vita a personaggi disillusi, problematici e mai banali). La personalità di Will Piper si era formata non appena avevo cominciato a scrivere la sceneggiatura intitolata La Biblioteca dei Morti e l'empatia con lui è stata istantanea. Sebbene la sua vita fosse molto diversa dalla mia, ci univano una certa irrequietezza, un atteggiamento piuttosto disincantato e una profonda insofferenza nei confronti delle persone troppo autoritarie o troppo stupide.
Entrambi eravamo molto bravi nel nostro lavoro, ma non al punto da sacrificarvi ogni cosa. Entrambi ci concedevamo un bicchierino di troppo, ogni tanto. Eravamo spiriti affini. Will voleva lasciarsi ogni cosa alle spalle per potersene andare a pesca nel Golfo del Messico; io volevo abbandonare ogni cosa per dedicarmi alla scrittura.
Dopo un paio di settimane di lavoro sulla storia, ero molto soddisfatto; ma la possibilità che anche quella sceneggiatura sarebbe stata considerata irrealizzabile - dato che, per portarla sullo schermo, avrebbe richiesto un budget molto elevato - si stava delineando all'orizzonte. Quindi, per evitare di schiantarmi per l'ennesima volta contro gli scogli della delusione, avevo pensato che La Biblioteca dei Morti potesse avere miglior fortuna come romanzo. Così avevo strappato le pagine della sceneggiatura e mi ero buttato a capofitto - ma anche con un certo timore - in quell'ambizioso progetto.
Un anno dopo, la prima stesura era pronta. Mi sembrava buona... abbastanza da farla leggere a un paio di amici fidati. I loro pareri erano stati incoraggianti. Il passo successivo era stato trovare un agente. Ne conoscevo moltissimi che lavoravano nel mondo del cinema, ma nessuno in quello editoriale: quindi avevo mandato una lettera di presentazione a sessantasei agenti di cui avevo trovato l'indirizzo in un manuale per aspiranti scrittori.
Sessantacinque mi avevano detto di no, e uno mi aveva detto dì sì. Il resto è storia.
Il successo della Biblioteca dei Morti era stato del tutto inatteso. Non ero nemmeno sicuro che il libro sarebbe stato pubblicato nel mio Paese, figuriamoci che fosse tradotto in trenta lingue. Figuriamoci che diventasse un bestseller. Era tutto meravigliosamente folle. Ed era persino arrivato al momento giusto: poco dopo la pubblicazione del libro, infatti, la mia azienda era stata inglobata in una più grande. Will Piper era finalmente libero di andare a pesca nel Golfo del Messico e io potevo dedicare tutte le mie energie alla narrativa. Lasciate che lo dica in un altro modo: per me, niente è più bello del raccontare storie e di avere tempo e modo di farlo.
E, se lo posso fare, il merito è tutto di Will. All'inizio, non pensavo che La Biblioteca dei Morti sarebbe diventato il primo libro di una trilogia. Però il mio agente mi aveva suggerito di proporre agli editori due romanzi invece di uno, così mi era messo alla ricerca di un'idea per Il Libro delle Anime, senza tuttavia sapere come avrei sviluppato la storia. Alla fine, però, ne ero venuto a capo e avevo scritto il secondo libro. Pensavo così di essere arrivato alla fine: avrei lasciato decidere ai lettori cosa sarebbe successo nel 2027, Oltre l'Orizzonte. E così ho fatto. Per tre anni, mi sono dedicato alla stesura di altri tre romanzi, tre storie lontane da quella della Biblioteca di Vectis. Però continuavo a sentire la voce di Will Piper: Dammi ancora un libro. Lasciami concludere questa storia.
Sapevo bene che molti lettori aspettavano un nuovo romanzo che avesse come protagonista Will Piper. Non volevo deluderli, però non volevo nemmeno scrivere un terzo libro per il semplice gusto di farlo. Avevo bisogno di un'idea forte per imbarcarmi in un'impresa simile e, un giorno, all'improvviso, com'era successo con La Biblioteca dei Morti, l'idea è arrivata. La storia sarebbe stata ambientata nel 2026, un anno prima dell'Orizzonte. Non mi sarei tirato indietro, lasciando ad altri il compito di immaginare cosa sarebbe accaduto il 9 febbraio 2027: avrei affrontato quella data fatidica in prima persona. O, meglio, l'avrebbe affrontata Will Piper. Ho capito subito che ambientare il libro nel futuro sarebbe stata una sfida particolarmente interessante. Nei Custodi della Biblioteca Will ha circa 60 anni, forse è un po' attempato per essere il protagonista di un thriller, ma di certo non è troppo anziano... E il fatto che lui e io abbiamo all'incirca la stessa età si è rivelato l'aspetto più stimolante.
I problemi che Will Piper deve fronteggiare non sono molto diversi dai miei: un figlio adolescente, un matrimonio di lunga data, la consapevolezza che la fine si avvicina. Scrivere di Will in quella fase della sua vita è stato un processo catartico, persino di crescita. Pensavo che avrei scritto un romanzo per i miei lettori, invece mi sono ritrovato a scrivere un romanzo per me stesso. Come molti di voi sanno, mi piace creare trame che si dipanano su diversi piani temporali e questo libro non è un'eccezione. Si svolge in parte nel passato e in parte in un futuro prossimo. Questo aspetto ha presentato non poche difficoltà perché, pur non volendo scrivere un romanzo di fantascienza, ho dovuto fare uno sforzo per immaginarmi come potrebbe essere il mondo nel 2026. Lascio a voi lettori giudicare il risultato finale. Per quanto riguarda il passato, ho scelto un periodo che non avevo mai esplorato, il Settecento. Quindi ho deciso di inserire nella narrazione una figura storica che ammiro molto: Benjamin Franklin, un uomo talmente all'avanguardia che, se vivesse ai giorni nostri, sarebbe considerato un visionario. Scienziato, scrittore, filosofo, politico, imprenditore e buongustaio, è un personaggio che si può descrivere con un unico aggettivo: eccezionale. I momenti più divertenti dell'anno in cui sono stato impegnato nella stesura del romanzo sono stati proprio quelli dedicati allo studio delle biografie e delle opere di Franklin. Alla fine mi sembrava di conoscerlo come un vecchio amico.
A questo punto, credo di poter dire che per Will Piper la storia finisce qui. Vorrei che non fosse così ma, con l'ultimo capitolo della trilogia, ho relegato Will in un angolo dal quale gli sarà impossibile fuggire. L'eventualità di scrivere un libro su una fase precedente della sua vita e della sua carriera, un prequel insomma, non m'interessa, perché significherebbe scrivere una storia «normale». Senza la Biblioteca, Will sarebbe solo uno dei tanti agenti dell'FBI che popolano le pagine di un romanzo.
Quindi saluto Will e m'imbarco in un nuovo progetto con un nuovo protagonista. Ho finito la stesura di Resurrection 2, il mio romanzo più ambizioso. Parla della resurrezione di Cristo e di una moderna ricerca del Santo Graal. È un romanzo audace ed emozionante, che copre un periodo di duemila anni di Storia e che spero sarà pubblicato l'anno prossimo. Dopo aver terminato questo libro, ho avuto un'idea folle. E se reinventassi Will come un nuovo personaggio? Non parlo di un suo clone, ovviamente, ma di qualcuno che rappresenti l'essenza di Will. Sarebbe fantastico se riuscissi a trovare il modo di proseguire il rapporto con qualcuno che mi ha cambiato la vita in meglio. Questo personaggio, questo «figlio di Will», che a quanto pare si è scelto il nome di John Camp, ha preso forma nella mia mente insieme con una nuova storia. Se sarò in grado di svilupparla, questa storia sarà una trilogia sin dal principio. Non voglio aggiungere altro perché è troppo presto tuttavia, se Will Piper rivivrà in John Camp, allora spero di godermi la sua compagnia ancora per qualche anno.

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